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APPROFONDIMENTI» La Comunicazione Non Verbale e il colloquio di selezione (2)
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Detto questo, se applichiamo i presupposti propri della comunicazione non verbale fino ad ora descritti, ad un particolare contesto comunicativo quale è il colloquio di lavoro, la cosa può risultare molto interessante per diversi motivi: innanzitutto si tratta di un’interazione comunicativa tale per cui il candidato, pur nel rispetto delle differenze interindividuali, risulterà sempre e comunque in una certa qual misura sottoposto a stress. Non solo, per gran parte della durata dell’interscambio comunicativo egli sarà impegnato a rispondere alle domande che gli vengono poste, il che implica che la sua attenzione sarà prevalentemente incentrata sui contenuti che sta verbalmente trasmettendo. Tali fattori fanno sì che per il candidato sia difficile esercitare un controllo intenzionale sui propri comportamenti non verbali. Visto quanto premesso, è quindi facile comprendere come tali circostanze interazionali possano fare del comportamento non verbale del candidato una fonte estremamente ricca di informazioni per chi sta conducendo il colloquio.
Colui che conduce il colloquio di certo non può esimersi dall’inviare egli stesso messaggi mediante l’uso della comunicazione non verbale. Per questo è suo dovere riuscire a mantenere un buon grado di controllo sui suoi comportamenti non verbali, pena il rischio di influenzare inconsapevolmente il candidato nelle sue risposte. Ora, delineare un chiaro modello posturale e un’ idonea gestualità da utilizzare nel corso di un colloquio non è cosa che si possa fare, è però vero che studi nel settore hanno fornito utili informazioni al proposito.
Diversi metodi sono stati utilizzati con lo scopo di categorizzare i movimenti e la postura di ogni segmento del nostro corpo. Per esempio generalmente vengono considerati l’inclinazione del busto (in avanti o indietro), la posizione delle braccia (aperte o incrociate), la posizione delle gambe (distese o accavallate) e la posizione del capo (abbassato, eretto, inclinato di lato) che vanno a delineare un quadro posturale più o meno rilassato. Il problema fondamentale di queste ricerche risiede nella difficoltà di collegare un singolo ed univoco significato con un singolo corrispondente comportamento non verbale. Tale univoca relazione non può venire stabilita per il semplice motivo che ognuno di noi non agisce riproducendo singoli e separati comportamenti ma emettendo molteplici comportamenti simultaneamente.
Pur considerando questi limiti, è stato per esempio dimostrato che decodifichiamo l’interesse e la noia a partire da profili posturali nettamente differenti: se visualizziamo l’immagine di una persona seduta con una chiara inclinazione in avanti del busto, che supporta il capo con una mano posta sotto il mento, tendiamo a ritenere tale postura come espressione d’interesse, mentre l’immagine di una persona seduta con il busto inclinato indietro, le gambe distese in avanti e il capo reclino, viene al contrario tendenzialmente associata ad uno stato di noia (Bull, 1987). Altre ricerche hanno dimostrato che molto spesso utilizziamo segnali non verbali, più o meno consapevolmente, per esprimere simpatia. È stato infatti dimostrato che se vogliamo esprimere simpatia nei confronti di una persona che sta interagendo con noi quello che tendenzialmente facciamo è mantenere una posizione mediamente rilassata, aumentare la frequenza dei sorrisi, incrementare il contatto oculare e ridurre la distanza tra noi e il nostro interlocutore inclinandoci in avanti (Mehrabian, 1968 b; Palmer & Simmons, 1995).
Ciò che è interessante, e che conferma l’efficacia e l’importanza comunicativa dei segnali non verbali nel corso di un’interazione, è che esiste una corrispondenza tra quanto viene trasmesso a livello non verbale e quanto viene inferito dal ricevente di tale messaggio. Esistono infatti risultati scientifici che confermano che se il nostro interlocutore riduce la distanza tra noi e lui inclinandosi in avanti con il busto e mantenendo una posizione mediamente rilassata, tendiamo a valutare il suo atteggiamento nei nostri confronti come maggiormente positivo rispetto a quando aumenta la distanza tra lui e noi adottando una postura inclinata all’indietro (Mehrabian, 1968 a). Questa perfetta corrispondenza tra il messaggio di simpatia inviato e l’espressione di simpatia percepita si verifica sia nel caso in cui la persona che esprime simpatia nei confronti del proprio interlocutore lo faccia intenzionalmente, controllando quindi volontariamente il proprio comportamento non verbale, sia nel caso in cui non eserciti un controllo intenzionale su quest’ultimo. Com’è stato infatti dimostrato ad essere intenzionalmente controllati sono in genere soltanto lo sguardo e i sorrisi mentre non lo è il grado di inclinazione posturale, il quale però viene comunque automaticamente adattato a seconda del grado di simpatia che l’interlocutore intende esprimere (Palmer et al, 1995).
Questi risultati confermano che i comportamenti non verbali sono a tutti gli effetti parte costitutiva degli interscambi comunicativi e portano ad ipotizzare che potrebbe esistere un vero e proprio set di comportamenti convenzionalmente condivisi che, anche là dove vengano utilizzati in modo non intenzionale, permettono a due interlocutori di trasmettersi specifici messaggi.



Elisa Murelli


BIBLIOGRAFIA
Bull, E. P. (1987). Posture and gesture. Oxford, England: Pergamon Press.
McConnell, A. R., & Leibold, J. M. (2001). Relations among the implicit association test, discriminatory behavior, and explicit measures of racial attitudes. Journal of Experimental Social Psychology, 37, 435-442.
Mehrabian, A. (1968 a). Inference of attitudes from the posture, orientation, and distance of a communicator. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 33(3), 296-308.
Mehrabian, A. (1968 b). Relationship of attitude to seated posture, orientation and distance. Journal of Personality and Social Psychology, 10( 1), 26-30.
Palmer, M. T., & Simmons, K. B. (1995). Communicating Intentions Through Nonverbal behaviours. Conscious and Nonconscious Encoding of Liking. Human Communication research. 22(1), 128-160.
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