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APPROFONDIMENTI» Evoluzione del mercato del lavoro: alcune riflessioni di sintesi (1)
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1. LE SFIDE DEL CONTESTO

Stiamo vivendo oggi una fase sostanzialmente caratterizzata dall’incertezza, soprattutto per l’ingigantirsi di tre aspetti che possono minacciare la sopravvivenza stessa delle imprese:
  1. l’instabilità della domanda ;
  2. la globalizzazione dei mercati;
  3. la necessità di uno sviluppo sostenibile.
L’instabilità della domanda è originata dal comportamento di acquisto dei consumatori dei paesi evoluti che cambiano i loro modelli di acquisto in relazione ai desideri o bisogni personali. La tendenza generale è che i consumatori richiedono ai beni e servizi livelli qualitativi di prestazione sempre maggiori, a parità di costo che il consumatore è disposto a pagare. Quindi è fondamentale per le imprese allinearsi a questa tendenza con innovazioni di prodotto e di processo.

Per quanto concerne la globalizzazione, si assiste alla tendenza di una standardizzazione dei bisogni dei consumatori e quindi all’estensione del mercato potenziale a tutto il mondo. Per le imprese ciò si traduce nella necessità di pensare e agire in grandi mercati. Ma è soprattutto la globalizzazione dell’offerta che può mettere in crisi le imprese, specialmente quelle che producono beni e servizi a basso contenuto tecnologico.

Lo sviluppo sostenibile è un’altra minaccia-opportunità per le imprese. La minaccia sta nel fatto che le produzioni “non ecologiche” saranno progressivamente bandite dalla comunità, con la necessità quindi di investire in R&S per trovare processi che riducono l’inquinamento ambientale. Le opportunità sono insite nelle tecnologie e competenze delle imprese che possono essere utilizzate sia per l’eliminazione di residui inquinanti che per la produzione di beni e servizi ecologicamente compatibili.

L’impresa nella moderna economia non è più considerata solo come un “attore economico”, ma diventa parte integrante del tessuto istituzionale-sociale del paese. L’impresa ha quindi responsabilità di generare benessere.

Inoltre l’impresa deve sempre di più diventare luogo di produzione di benessere individuale, che si realizza con l’interazione sociale e con il soddisfacimento delle aspettative personali dei collaboratori.

Tutto questo avrà conseguenze significative sulle dinamiche del mercato del lavoro, si pensi solo alle evoluzioni organizzative dove alla crescita tradizionalmente realizzata attraverso lo sviluppo interno e le acquisizioni si va sempre più sostituendo la crescita attraverso alleanze: le persone lavorano per un’impresa senza farne parte; l’impresa decentra tutti i lavori che altre organizzazioni fanno con una produttività migliore.

Si riducono i livelli gerarchici all’interno dell’impresa: i manager migliori saranno coloro che “sentono” le opportunità, che sanno valutare i tempi di risposta all’opportunità, che sanno fare la sintesi delle risorse interne- esterne necessarie per concretizzare l’opportunità.

2. LA RISPOSTA DEL NOSTRO PAESE

A fronte di un tale quadro generale, il sistema politico ha cercato di dare una risposta alla richiesta di flessibilità del mercato del lavoro da parte delle imprese con la Legge Biagi.

Il decreto legislativo 10 settembre 2003 n. 276 – col quale il Governo ha dato attuazione al programma di riforma del diritto del lavoro contenuto nel Libro bianco redatto nel 2001 da Marco Biagi e altri esperti del Ministero del Lavoro – è entrato in vigore il 24 ottobre 2004.

Nella riforma prevalgono nettamente gli elementi di continuità con la politica del lavoro dalla quale nacque la riforma Treu del 1997. Infatti:

-è di allora e non di oggi l’abolizione del monopolio statale del collocamento e il riconoscimento delle agenzie private di mediazione fra domanda/offerta di lavoro; il decreto si limita ora a perfezionare quella svolta;

-è del 1998 la circolare del ministero del lavoro che considera valido il contratto di “lavoro ripartito” o job sharing (condivisione di un unico posto da parte di due lavoratori, liberi di distribuirsi come vogliono il tempo della prestazione);

- costituisce una novità di modesta portata il contratto di “lavoro intermittente”: l’ingaggio, anche ripetuto, di un lavoratore per esigenze occasionali e di breve durata, è peraltro consentito da sempre in Italia e oggi viene soltanto disciplinato in modo specifico (la Cassazione riconosceva fin dagli anni ottanta le clausole di elasticità del tempo di lavoro nel contratto a tempo parziale);

-non costituisce un’innovazione particolarmente rilevante sul piano dei principi l’unificazione nel tipo legale dell’apprendistato di tutti i rapporti a causa mista, di lavoro e formazione, con conseguente soppressione della figura del contratto di formazione e lavoro ad alto contenuto formativo;

-sul piano dei principi, neppure il nuovo contratto di somministrazione di lavoro costituisce una rottura eversiva rispetto all’assetto precedente del nostro diritto del lavoro, se si considera che il lavoro temporaneo tramite agenzia o lavoro interinale era già stato riconosciuto e disciplinato con la legge n. 196/1997;

-va semmai segnalata una novità davvero potenzialmente molto incisiva, ma di segno opposto a quello della liberalizzazione del mercato del lavoro: quella consistente nel vietare il rapporto di collaborazione coordinata e continuativa a tempo indeterminato, ammettendolo soltanto se collegato a un “progetto” delimitato nel tempo. Questa norma va nella direzione dell’assoggettamento delle collaborazioni continuative “parasubordinate” alla disciplina generale del lavoro subordinato. E’ certo apprezzabile e condivisibilissimo l’intendimento di superare il regime di apartheid di alcuni lavoratori assoggettati al co.co.co., ma l’estensione secca e repentina del vecchio diritto del lavoro nella sua interezza a questo insieme di rapporti rischia di avere l’effetto di un aumento brusco del tasso complessivo di rigidità del nostro sistema.

-Infatti, scaduto il termine e completato il primo progetto, come si fa a stipulare un altro contratto a “progetto”, e poi un altro ancora, senza che dall’anagrafe tributaria o da quella dell’Inps risulti evidente il carattere sostanzialmente continuativo del rapporto di collaborazione?

-In ogni caso il problema non si risolve ricacciando i lavoratori più deboli nel ghetto del precariato e del lavoro irregolare, lo si risolve eliminando gli eccessi di rigidità là dove ci sono e così dando vita a un sistema di protezione capace di essere davvero universale. Questa era la parte più importante del disegno di Biagi.

-Infine, da un primo parziale monitoraggio svolto dall’Isfol, emerge che tra gli imprenditori che conoscono la legge, gli istituti più utilizzati sono nell’ordine: part-time, apprendistato, lavoro occasionale e lavoro a progetto.
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