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12/03/2019 - News
LA COMPETENZA DEL FUTURO SI CHIAMA CREATIVITÀ

In un quadro economico in rapida, profonda trasformazione, le competenze un tempo più apprezzate vengono messe in discussione e la creatività è diventata la «competenza del futuro».

 

È questa l’indicazione, sottolineata da più voci, che esce dal workshop «Disegniamo il futuro_2019. Cambiamento, creatività, innovazione per competere» organizzato a Villa Calini a Coccaglio da Sesvil, società bresciana di consulenza HR e tutela del credito.

 

«Il 40 per cento dei gesti che compiamo è frutto dell’abitudine, c’è una diffusa immunità al cambiamento – ha sottolineato Massimiliano Bergomi, Ceo di Sesvil, introducendo i lavori - .Si tratta invece di individuare i nuovi modelli organizzativi per rispondere al cambiamento in atto, coinvolgendo le persone e le loro emozioni».

 

 

Una tesi ripresa con forza da Riccardo Trichilo, presidente e amministratore unico di Csmt e di Aqm. «Più che parlare di Industria 4.0 – ha detto Trichilo – bisogna parlare di Era 4.0 perché il cambiamento non è solo tecnologico ma soprattutto culturale. “Contaminazione” può sembrare un termine pericoloso, ma è indispensabile nel nuovo contesto condividere esperienze diverse, praticare un pensiero laterale, fuori dagli schemi. Il pensiero verticale è razionale, quello laterale è emozionale, ludico, umanistico. Oggi c’è la richiesta di sistemisti più che di specialisti». Queste riflessioni stanno alla base dell’Innovative Contamination Hub che Csmt sta per inaugurare nella propria sede bresciana.

 

L’innovazione attraversa profondamente anche l’export – ha ricordato Micol Vezzoli, direttore del Consorzio Brescia Export: «Oggi non basta partecipare alle fiere “perché si è sempre fatto così”: bisogna uscire dalla routine, offrire percorsi dedicati alle piccole e alle micro imprese, innovare la comunicazione a partire dai siti web. L’innovazione anche in questo ambito ha inizio dalle persone: dalla figura dell’export manager, sempre più importante, o dell’export assistant, se questo viene “preso in affitto” da diverse, piccole imprese».

 

Luciano Consolati, presidente della Rete Prowelfare, ha sottolineato che «va creato un ecosistema favorevole alla formazione di un capitale umano 4.0. La contrattazione integrativa di secondo livello, che salda produttività e premi di risultato, è essenziale per introdurre modelli che guardino al benessere dei lavoratori, attraverso servizi di welfare sussidiario. Una scelta vantaggiosa dal punto di vista fiscale ma che riflette una vera e propria visione culturale, particolarmente significativa in una zona come quella di Brescia e Bergamo che ha livelli di produttività degni della Germania».

 

I lavori, moderati da Massimo Tedeschi, editorialista del Corriere della Sera di Brescia, sono proseguiti con altri tre interventi. Di «benessere organizzativo» ha parlato Rosanna Gallo, psicologa del lavoro, che ha ricordato che «le emozioni negative ‘congelano’ le persone. Incontri di team troppo gerarchizzati creano dei non-gruppi: alle persone bisogna concedere la possibilità di sbagliare. A problemi nuovi bisogna trovare soluzioni creative, e ciò riesce tanto meglio quanto più si mettono insieme le diversità. L’innovazione non è altro che la creatività regolata».

 

Delle soft skills «agili» a supporto del cambiamento ha parlato Demetrio Macheda, consulente di direzione aziendale, fondatore di Original Skill: «Oggi siamo tutti misurati, in ogni momento, a partire da social che normalmente utilizziamo. Si tratta di considerare la misurazione un’opportunità». Certo, oggi al momento dell’assunzione non sono più il quoziente intellettivo, la competenza o la specializzazione a venire misurati ma sono altre attitudini: la capacità di apprendimento, la motivazione, la diversità culturale, l’attitudine al cambiamento, la capacità di leadership, il talento. 

 

Infine Jacopo Sabba Capetta, esperto di agilità organizzativa, design thinking e Lego Serious Play, ha ricordato l’acronimo con cui gli americani definiscono il quadro attuale, ovvero “VUCA” (volatilità, incertezza-uncertainly, complessità, ambiguità) a cui è possibile rispondere attraverso agilità organizzativa, capacità adattative, visioni divergenti. Servono «organizzazioni ambidestre, che fanno bene quello che devono fare e contemporaneamente pensano a come superarlo». Secondo il modello tracciato da “Agile Manifesto 2001” si tratta di «rispondere al cambiamento piuttosto che seguire un modello. Va ripensato lo sviluppo delle persone per trovare un senso nel caos». Solo così il temuto acronimo “VUCA” si convertirà in visione, comprensione (understanding), chiarezza e agilità.